Il prossimo 23 giugno uscirà Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump, scritto a quattro mani dai corrispondenti dalla Casa Bianca per The Times Maggie Haberman e Jonathan Swan.
Il New York Times ha anticipato alcuni passaggi del libro dedicati ai giorni in cui Trump ha preso la decisione di attaccare l’Iran, nonostante voci anche profondamente discordi all’interno dell’amministrazione e degli apparati di intelligence.
La riunione
Secondo Haberman e Swan, la prima svolta risale all’11 febbraio scorso, quando il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu viene accolto alla Casa Bianca e, con il supporto del direttore del Mossad David Barnea e di alti ufficiali dell’esercito in collegamento video, tiene un briefing sull’Iran nella Situation Room. Per gli apparati israeliani era giunto il momento di colpire l’Iran: secondo loro, un attacco congiunto avrebbe innescato una rivolta popolare e portato al definitivo rovesciamento della Repubblica islamica. Il programma missilistico iraniano sarebbe stato annichilito in poche settimane, e con esso ogni possibilità di tenere in scacco lo Stretto di Hormuz o di colpire gli interessi statunitensi nei paesi del Golfo.
La diffidenza americana
Ancora tronfio di orgoglio per il successo venezuelano, che con un’operazione durata poche ore e senza vittime americane aveva permesso di addomesticare il nuovo governo della Repubblica bolivariana e di processare Maduro sul suolo americano, Trump si è immediatamente convinto della bontà del piano israeliano.
Non erano altrettanto positivi i pareri di buona parte dei suoi consiglieri. Uno dei principali oppositori del conflitto era JD Vance, in missione in Azerbaigian nel giorno della fatidica riunione. Ma tanto il direttore della CIA, John Ratcliffe, quanto il capo dello Stato maggiore congiunto delle forze armate americane, il generale Dan Caine, mettono in guardia il presidente, derubricando gli scenari elaborati dagli israeliani a illazioni infondate e farsesche. «Per esperienza so che questa è la prassi standard per gli israeliani. Esagerano con le promesse e i loro piani non sono sempre ben definiti. Sanno di aver bisogno di noi», spiega Caine a Trump.
Il giorno X
Negli ultimi giorni di febbraio, americani e israeliani individuano quella che considerano una finestra decisiva. L’ayatollah Ali Khamenei avrebbe incontrato altri vertici del regime e sarebbe stato esposto a un attacco aereo: un’occasione ritenuta irripetibile.
Donald Trump concede allora l’ultimo spiraglio negoziale: con la mediazione di Oman e Svizzera, Jared Kushner e Steve Witkoff stanno infatti conducendo serrate trattative per un accordo sul programma nucleare iraniano, trattative che fino a quel momento sembrano promettenti. Forse bluffando, l’amministrazione americana propone a Teheran un’offerta inaspettata: combustibile nucleare gratuito. Per gli Usa, è una tattica per verificare se l’Iran punti davvero all’energia civile o voglia mantenere la capacità di costruire un’arma atomica.
L’attacco
Gli iraniani respingono l’offerta, definendola un attacco alla loro dignità, e Kushner e Witkoff riferiscono immediatamente al presidente. Il negoziato potrebbe proseguire, ma si prospettano tempistiche piuttosto lunghe, probabilmente mesi, mentre il giorno X indicato dagli israeliani è il 28 febbraio: mancano soltanto due giorni.
Per Trump non c’è più tempo: nel pomeriggio del 26 convoca l’ultima riunione della Situation Room. Le posizioni di tutti i presenti sono già cristalline da due settimane, e la discussione si apre e si chiude nel giro di un’ora e mezza. I vertici dell’intelligence muovono obiezioni, ma l’ultima parola spetta al Presidente. «Penso che dobbiamo farlo», conclude.
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