In Germania il trasferimento di una persona detenuta in un carcere femminile dopo il cambio ufficiale di genere riapre il dibattito sulla legge sull’autodeterminazione. Il caso riguarda una persona condannata per abusi sessuali quando risultava legalmente di sesso maschile e ora registrata all’anagrafe come donna. È il primo episodio di questo tipo segnalato nel Land della Turingia.
Il trasferimento nel carcere femminile
Secondo quanto riferito dal ministero della Giustizia della Turingia, Beate Meissner, la persona detenuta ha modificato il genere registrato all’anagrafe durante la detenzione, utilizzando la normativa tedesca sull’autodeterminazione di genere.
Dopo una decisione urgente del Tribunale di Erfurt, è stata trasferita nel carcere femminile di Chemnitz, in Sassonia, struttura in cui scontano la pena anche detenute provenienti dalla Turingia. La decisione è stata fortemente criticata da Meissner: «Qui sono in gioco la tutela degli altri detenuti e la credibilità dello Stato di diritto», ha dichiarato.
La legge del 2024
La normativa tedesca è cambiata nel 2024. Prima, per modificare nome e genere sui documenti, erano necessarie due valutazioni psicologiche e una decisione del tribunale, una procedura simile a quella attualmente vigente in Italia. Con la nuova legge basta invece un’autodichiarazione. La riforma è stata pensata per rendere il percorso meno lungo e meno gravoso per le persone trans, evitando procedure considerate invasive e stressanti.
La ministra della Giustizia della Turingia ha tuttavia chiesto di rivedere la normativa, sostenendo che il caso in esame mostri problemi specifici nella sua applicazione in ambito penitenziario.
Il precedente Liebich
Il dibattito richiama anche il caso di Marla Svenja Liebich, un detenuto neonazista che, per provocazione, lo scorso anno ha cambiato legalmente genere e chiesto il trasferimento in un carcere femminile. Il trasferimento è stato negato, ma la vicenda è stata citata da diversi esponenti politici tedeschi come esempio di possibile uso strumentale della normativa.
I due casi, pur diversi, alimentano la stessa discussione: come conciliare il riconoscimento dell’identità di genere con le esigenze di sicurezza e tutela delle donne, non soltanto all’interno degli istituti penitenziari.
Il caso della Turingia non cancella le ragioni della riforma, ma mostra la necessità di lavorare a linee guida più precise.
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