domenica 7 Giugno 2026
Ddl Valditara ph Ansa

“Il ddl Valditara apre al controllo politico sulla scuola”. Educare alle Differenze a La Sintesi

Monica Pasquino, presidente dell'associazione, definisce la legge sul consenso informato uno strumento creato per alimentare la paura e che rischia di allontanare le scuole italiane dagli standard internazionali

Da Laura Laurenzi
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L’educazione sessuo-affettiva sarà vietata nelle scuole dell’infanzia e primarie di tutto il Paese. In quelle secondarie di primo e secondo grado, gli studenti potranno partecipare alle lezioni su questi argomenti solo con il consenso informato scritto dei genitori. Sono queste le conseguenze del via libera definitivo al ddl Valditara, arrivato nel primo pomeriggio del 4 giugno.

Un testo osteggiato dagli esperti e che rischia di creare sospetti su temi che invece rappresentano la quotidianità di molti ragazzi, spesso costretti ad affrontarli senza gli adeguati strumenti. Monica Pasquino, formatrice senior nell’ambito dell’educazione all’affettività e presidente della rete Educare alle Differenze, ha chiarito a La Sintesi i pericoli e le conseguenze di questa legge voluta dal Governo Meloni.

Presidente Pasquino, quali sono i rischi della legge sul consenso informato per l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole?

“Stiamo rischiando che cada il silenzio su bisogni che sono oggi centrali nelle scuole. Sentiamo parlare di aumento dei reati giovanili, di disagio giovanile, di malessere, di violenza di genere, di bullismo omolesbobitransfobico. Questi sono tutti fenomeni che le famiglie e il personale docente conoscono molto bene e che le nuove generazioni mettono sul tappeto. Quello che fa questa legge è silenziare, non ascoltare e anzi svilire, minimizzare e dire che c’è qualcosa di pericoloso e perverso in questi bisogni”.

In che modo reagiranno educatori e insegnanti?

“Spero che la scuola abbia una resilienza, una capacità di ascolto, anche una forza legata al ruolo costituzionale che ha di educare a una cittadinanza democratica. Oggi abbiamo assistito a una discussione oscurantista: anche gli emendamenti per l’introduzione del riferimento all’OMS, all’UNESCO sono stati rifiutati. Il motivo è che si tratta di linee guida internazionali che indicano come i percorsi di educazione sessuo-affettiva favoriscano conoscenze corrette, relazioni sane e la prevenzione di tutte le forme della violenza. Mentre il resto del mondo si chiede come rafforzare questi progetti, l’Italia introduce norme che li vietano o li rendono più sospettosi. Si tratta di una legge che ci allontana dagli standard internazionali. In più aumentano le infezioni sessualmente trasmissibili tra le persone giovani. Tema che questo governo fa finta di non vedere spinto come è da questa leva sessuofobica”.

Si tratta quindi di un provvedimento che introduce un controllo politico sui contenuti scolastici?

“Sì, perché nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria questi argomenti sono banditi. Nella scuola secondaria vengono sottoposti a uno strumento, quello del consenso informato, che non è solo burocratico ma che serve a generare sospetto. La scuola non chiede consenso alle famiglie per gli argomenti affrontati nel quotidiano. Quando lo chiede è perché si tratta di un tema fuori dall’ordinario, perché ci può essere qualcosa di rischioso. Qual è il rischio in questo senso? Non c’è nessun rischio, quindi si alimenta la paura, si alimenta il sospetto. Quindi sì, è un atto di censura vero e proprio”.

Questa legge è un episodio isolato o si inserisce in una più ampia battaglia culturale del governo sulla scuola?

“Si inserisce in una battaglia più ampia che attraversa le legislature dell’ultimo decennio. Si stanno colpendo la scuola pubblica e il ruolo che ha di colmare le diseguaglianze e di creare pari opportunità. Sicuramente questo provvedimento insieme ad altri che questo governo ha realizzato, come la riforma degli istituti tecnici, tendono a creare sempre più una forbice. In questo caso il divario è tra chi ha più consapevolezza e più strumenti, perché viene magari da famiglie dove non ci sono tabù e certi argomenti si possono affrontare, e chi vive esperienze più fragili e magari anche di violenza assistita”.

C’è un modo per coinvolgere le famiglie in questi percorsi, senza limitare la funzione educativa della scuola?

“Certo, potrebbe essere la corresponsabilità. Si tratta di uno strumento già in essere nelle scuole. Non c’è bisogno di chiedere il consenso. Informare non significa chiedere il consenso. Nella maggior parte dei percorsi di educazione sessuo-affettiva che conosco i progetti sono condivisi con le famiglie, vengono fatte delle assemblee prima per spiegare di cosa si tratta. Le formatrici e i formatori si presentano. Questa è condivisione, perché il controllo è un’altra cosa”.

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