Niente da fare per il vicepremier Matteo Salvini. Il sogno di tornare alla guida del Viminale sta sfumando di fronte alle notizie di cronaca delle ultime settimane. Il motivo è semplice: serve un ministro dell’Interno che non sia divisivo. A maggior ragione in un momento in cui le piazze si stanno scaldando.
Il Governo Meloni non ha gestito bene i casi di Roggero e Fakir. L’attacco frontale al sindaco di Bologna Matteo Lepore, accusato di aver organizzato incautamente una manifestazione per la morte del 43enne di origini marocchine, ha alimentato a tal punto le tensioni da costringerlo a muoversi sotto scorta per le minacce di morte ricevute.
Mentre sul caso del gioielliere, Palazzo Chigi ha evitato per poco lo scontro con il Quirinale. Dopo l’annuncio del via all’istruttoria da parte del Guardasigilli Carlo Nordio, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo ha convocato al Colle. Uno scivolone rischioso, soprattutto a meno di un anno dalle politiche 2027. A questi due casi si aggiungono le proteste dei No Tav, culminate in violenti scontri con le forze dell’ordine. Oltre quattrocento agenti sono rimasti feriti.
Di conseguenza, il leader del Carroccio al Viminale, con le sue posizioni, rischia di nutrire il nervosismo generalizzato che si sta riversando nelle strade. Serve una figura più istituzionale, capace di gestire le problematiche di ordine pubblico senza lasciarsi influenzare dalla propria impronta politica.
Durante il vertice tra i «big» dell’esecutivo, il passaggio del testimone tra Matteo Salvini e Matteo Piantedosi era visto come un’opportunità per arginare l’ascesa di Roberto Vannacci. I sondaggi danno Futuro Nazionale in crescita soprattutto nelle Regioni del Nord, un tempo bacino della Lega. Dalla Lombardia al Veneto, passando per il Piemonte e l’Emilia Romagna. Affidare al segretario della Lega uno dei dicasteri più importanti rappresentava un espediente, quindi, per far convogliare nuovamente sul partito fondato da Umberto Bossi l’interesse degli elettori.
Ma, al di là degli scontri e dei casi di cronaca, c’è un altro elemento che potrebbe spingere Meloni a non affidare il Viminale a Salvini. L’ipotesi era nata infatti all’interno della Lega, dove alcuni esponenti speravano che il ritorno al ministero lo spingesse a lasciare la segreteria del partito. Salvini, però, ha escluso questa possibilità, assicurando di voler mantenere entrambi gli incarichi. Una scelta che potrebbe rendere le crepe interne al Carroccio ancora più profonde. E l’ultima cosa che vuole la premier è indebolire ulteriormente l’alleato.
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