Un attacco militare degli Stati Uniti, anche su larga scala, difficilmente riuscirebbe a rovesciare il regime iraniano. È la conclusione di un rapporto classificato del National Intelligence Council citato dal Washington Post.
Il documento, redatto prima dell’inizio delle operazioni del 28 febbraio e confermato da tre fonti, analizza diversi scenari militari contro Teheran, che vanno dagli attacchi mirati contro i leader a campagne più estese contro istituzioni militari e governative.
La morte della Guida Suprema
Gli analisti avevano già chiarito che neanche la morte della Guida Suprema Ali Khamenei, avvenuta all’inizio del conflitto, avrebbe portato automaticamente al collasso del sistema. «Il regime clericale e militare risponderebbe alla morte del Leader Supremo seguendo protocolli volti a preservare la continuità del potere», è scritto nel rapporto.
Un’opposizione troppo debole
L’opposizione interna viene inoltre considerata troppo debole per prendere il controllo del Paese.
Debole anche l’ipotesi che Trump possa imporre la propria scelta sul successore. Holly Dagres, esperta del Washington Institute for Near East Policy, ha spiegato che farlo “andrebbe contro tutto ciò per cui (gli iraniani) si battono”.
La retorica dell’intervento umanitario
L’amministrazione americana, dunque, sapeva che in Iran non sarebbe stato possibile replicare quanto fatto in Venezuela, ma ha deciso di agire comunque. O, a sentire le parole (il lapsus?) di Marco Rubio, si è lasciata trascinare da Israele in questo conflitto. Con piena coscienza, evidentemente, che le bombe (anche su scuole e stazioni delle ambulanze) non sono uno strumento di liberazione del popolo iraniano.
Trump e il governo israeliano, comunque, hanno già ottenuto due importanti risultati: non si parla più di Gaza né degli Epstein files.
Seguite La Sintesi sui nostri social!
Facebook
Instagram
X
TikTok
Youtube
