In Iraq il Parlamento si riunisce per eleggere il nuovo presidente, ma l’esito resta appeso fino all’ultimo alle divisioni interne.
La seduta, con 223 deputati presenti, potrebbe comunque saltare o procedere con l’ennesimo rinvio.
La spartizione confessionale
L’elezione del presidente è solo un passo di un meccanismo più ampio: la muhasasa, la spartizione confessionale del potere che lega presidenza, premierato e guida del Parlamento in Iraq. Se il Parlamento ha un presidente sunnita, il capo dello Stato, tradizionalmente curdo, deve indicare un primo ministro sciita. Ma proprio su questo nodo si blocca tutto. I due principali partiti curdi, il Partito democratico del Kurdistan (KDP) e l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), non riescono a trovare un accordo, e altri raggruppamenti curdi stanno sfruttando la divisione per aumentare la propria influenza. Lo stesso sta facendo la coalizione sciita guidata da Nouri al Maliki, che ha promesso sostegno al candidato del KDP in cambio del via libera a Maliki premier.
Il pressing americano
A complicare ulteriormente il quadro intervengono gli Stati Uniti. Washington ha già espresso un netto rifiuto al ritorno di Nouri al Maliki, considerato troppo vicino all’Iran. Donald Trump è stato esplicito: «Se sarà eletto, gli Stati Uniti smetteranno di aiutare l’Iraq». Una minaccia che colpisce il cuore del sistema iracheno. Baghdad dipende infatti dal dollaro e dai circuiti finanziari internazionali controllati dagli Usa, oltre che dalle esportazioni petrolifere denominate in valuta americana. Un deterioramento dei rapporti rischierebbe di bloccare i flussi economici e destabilizzare il Paese in tempi rapidissimi.
Il rischio paralisi
Un altro fattore da tenere in considerazione è il quorum: senza la presenza di due terzi dei parlamentari (220 su 329), la seduta salta.
Il presidente del Parlamento Haibat al-Halbousi prova a forzare la mano, minacciando di rendere pubblici i nomi degli assenti per spingere i deputati a votare, ma non è detto che basti.
Si è sbilanciato anche il capo della Corte Suprema Faiq Zaidan: se il Parlamento non rispetta la Costituzione, ha detto, potrebbe essere sciolto. Una prospettiva che nessuno vuole davvero, ma che incombe su un sistema fragile, reso ancor più instabile dalla crisi regionale che ha inevitabilmente polarizzato il quadro politico.
Seguite La Sintesi sui nostri social!
