“Se gli iraniani sono disposti a negoziare in buona fede, noi siamo certamente disposti a tendere la mano”. Il vicepresidente Usa JD Vance è in partenza per il Pakistan, dove si terranno i colloqui con l’Iran per raggiungere una tregua. Risponde così ai cronisti che gli chiedono un’opinione sulla posizione di Teheran, i cui vertici hanno ribadito di non essere inclini a fare un passo indietro sulla controproposta in 10 punti inviata all’amministrazione Trump.
Il viceministro degli Esteri iraniano, Majid Takht-Ravanchi, ha chiarito a Press Tv che il suo paese sostiene la diplomazia e il dialogo, ma rifiuta ogni negoziato basato “su informazioni errate” o “qualsiasi processo che possa aprire la strada a una nuova aggressione”. Il timore è che Stati Uniti e Israele non rispettino le condizioni predisposte durante la discussione sul cessate il fuoco.
È proprio durante i negoziati sul nucleare, infatti, che i nemici della Repubblica Islamica hanno deciso di sferrare il primo attacco su Teheran. Motivo per cui Takht-Ravanchi rimarca: “Qualsiasi accordo deve includere garanzie per prevenire una ripresa delle ostilità”.
Tra i 10 punti della controproposta figurano l’impegno alla non aggressione, il ritiro delle truppe americane, la rimozione delle sanzioni, ma anche il riconoscimento del programma nucleare, l’introduzione di un dazio – fino a 2 milioni di dollari – per il passaggio dallo Stretto di Hormuz e il suo controllo, lo sblocco dei beni congelati e l’intervento del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per la ratifica di una risoluzione sul conflitto.
Il vicepresidente Vance rimane ottimista sull’incontro: “Penso che sarà positivo”. Non manca però di sottolineare: “Se cercheranno di prenderci in giro, scopriranno che la squadra negoziale non è così ricettiva”. Aggiungendo che Trump gli ha dato “delle linee guida piuttosto chiare”.
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