lunedì 28 Settembre 2026
Giorgia Meloni. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Scacco a Meloni. Niente dimissioni, ma ora è dura

Si apre una nuova fase: la premier non è più invincibile. O forse non lo è mai stata

Di Giustino Marai
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Memore della caduta di Matteo Renzi nel 2016 dopo una batosta ancor più sonora di questa (65% di e 59% di contrari alla riforma), sin da subito Giorgia Meloni ha sgombrato il campo da ogni dubbio: il referendum riguardava la giustizia, non lei né il suo governo, dunque niente dimissioni in caso di vittoria del e avanti a testa alta fino alla naturale conclusione del mandato.
Quello che Giorgia Meloni non ha detto, ma che tutti sapevano, è che a prescindere da una forzosa personalizzazione il voto sulla riforma sarebbe , non soltanto per gli analisti ma per le forze parlamentari di maggioranza e di opposizione e per l’elettorato tutto, un termometro piuttosto affidabile della situazione politica del Paese. La vittoria avrebbe avuto un significato, e delle conseguenze; e lo stesso dicasi per la sconfitta. Tanto più con un risultato tanto netto e un’affluenza tanto alta.

L’egemonia

La vittoria del Sì avrebbe significato per il centrodestra una fortissima legittimazione popolare: la dimostrazione, più unica che rara, che un governo può restare in carica per quasi quattro anni senza logorare il proprio . La prova che possono esistere delle eccezioni alla regola non scritta dell’alternanza.
Vincere avrebbe significato non fare prigionieri: una nuova elettorale con doppio turno e premio di governabilità per blindare anche la prossima legislatura, una serissima ipoteca sulla scelta del prossimo Presidente della Repubblica nel 2029 e tutti al lavoro sulla riforma costituzionale volta a introdurre il tanto caro premierato. E invece…

È cambiato il vento

Con un’affluenza attorno al 59%, dunque non così distante dal 63,9% delle politiche del 2022, e una forbice di quasi 10 punti di distacco, il governo non può derubricare questa sconfitta a un incidente di percorso. È invece un segnale chiaro che gli urlati, l’approccio autoritario sul fronte interno e quello balbettante, da pusillanimi nel consesso internazionale non piacciono granché a buona parte del Paese. Soprattutto ai più giovani.
Lo si era già capito con l’oceanica mobilitazione di contro il genocidio di cui questo governo si è reso complice, con l’ondata di e blocchi ferroviari che ha accompagnato la Flotilla, e in minor misura con le in di Askatasuna e di altri spazi sociali partecipate da tante famiglie e andate incontro a una feroce repressione.

Lo schiaffo

Il referendum è stato uno schiaffo in faccia all’arroganza del potere. Sarebbe però sciocco illudersi che la partita sia chiusa, e che ora la strada sia in discesa. Il referendum, oltre a sventare l’ennesimo assalto alla Costituzione, ha soltanto dimostrato una cosa: che l’invincibilità di Meloni è sempre stata una balla.

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