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sabato 18 Aprile, 2026
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Giorgia Meloni. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Scacco a Meloni. Niente dimissioni, ma ora è dura

Si apre una nuova fase: la premier non è più invincibile. O forse non lo è mai stata

Da Sergio Di Laccio
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Memore della caduta di Matteo Renzi nel 2016 dopo una batosta ancor più sonora di questa (65% di affluenza e 59% di contrari alla riforma), sin da subito Giorgia Meloni ha sgombrato il campo da ogni dubbio: il referendum riguardava la giustizia, non lei né il suo governo, dunque niente dimissioni in caso di vittoria del No e avanti a testa alta fino alla naturale conclusione del mandato.
Quello che Giorgia Meloni non ha detto, ma che tutti sapevano, è che a prescindere da una forzosa personalizzazione il voto sulla riforma sarebbe stato, non soltanto per gli analisti ma per le forze parlamentari di maggioranza e di opposizione e per l’elettorato tutto, un termometro piuttosto affidabile della situazione politica del Paese. La vittoria avrebbe avuto un significato, e delle conseguenze; e lo stesso dicasi per la sconfitta. Tanto più con un risultato tanto netto e un’affluenza tanto alta.

L’egemonia

La vittoria del Sì avrebbe significato per il centrodestra una fortissima legittimazione popolare: la dimostrazione, più unica che rara, che un governo può restare in carica per quasi quattro anni senza logorare il proprio consenso. La prova che possono esistere delle eccezioni alla regola non scritta dell’alternanza.
Vincere avrebbe significato non fare prigionieri: una nuova legge elettorale con doppio turno e premio di governabilità per blindare anche la prossima legislatura, una serissima ipoteca sulla scelta del prossimo Presidente della Repubblica nel 2029 e tutti al lavoro sulla riforma costituzionale volta a introdurre il tanto caro premierato. E invece…

È cambiato il vento

Con un’affluenza attorno al 59%, dunque non così distante dal 63,9% delle politiche del 2022, e una forbice di quasi 10 punti di distacco, il governo non può derubricare questa sconfitta a un incidente di percorso. È invece un segnale chiaro che gli slogan urlati, l’approccio autoritario sul fronte interno e quello balbettante, da pusillanimi nel consesso internazionale non piacciono granché a buona parte del Paese. Soprattutto ai più giovani.
Lo si era già capito con l’oceanica mobilitazione di ottobre contro il genocidio di cui questo governo si è reso complice, con l’ondata di scioperi e blocchi ferroviari che ha accompagnato la Flotilla, e in minor misura con le manifestazioni in solidarietà di Askatasuna e di altri spazi sociali partecipate da tante famiglie e andate incontro a una feroce repressione.

Lo schiaffo

Il referendum è stato uno schiaffo in faccia all’arroganza del potere. Sarebbe però sciocco illudersi che la partita sia chiusa, e che ora la strada sia in discesa. Il referendum, oltre a sventare l’ennesimo assalto alla Costituzione, ha soltanto dimostrato una cosa: che l’invincibilità di Meloni è sempre stata una balla.

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