lunedì 25 Maggio 2026
Concita Borrelli ph Press

Concita Borrelli: quando i social condannano una persona

Come l'economia dell'attenzione e i bias cognitivi trasformano un dibattito televisivo in uno scontro morale collettivo

Da Giuseppe Rosso
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Secondo  l’articolo di Francesca Caon pubblicato su Village Online, il caso nato attorno alle parole di Concita Borrelli mostra come, nelle gogne mediatiche contemporanee, venga sacrificato molto presto il tentativo di capire che cosa una persona stesse davvero cercando di dire.

Durante una puntata di Porta a Porta, Concita Borrelli ha pronunciato la frase “lo stupro fa parte di ognuno di noi”, innescando un’immediata esplosione del dibattito pubblico tra clip isolate, titoli polarizzanti, commenti indignati e condanne morali.

Il caso esploso in tv

Come riporta Village Online, quella frase è stata percepita da molti come una normalizzazione, o addirittura una giustificazione, della violenza sessuale, ed è proprio questa lettura ad aver fatto deflagrare lo scandalo.

L’effetto emotivo è stato inevitabile, anche perché il termine usato è apparso a molti inopportuno e scioccante. Ma il nodo, più che stabilire se Concita Borrelli avesse torto o ragione, riguarda il funzionamento stesso del dibattito pubblico, che oggi non si ferma alle parole pronunciate ma si alimenta soprattutto attraverso il modo in cui l’ecosistema mediatico e sociale reagisce, amplifica, semplifica e polarizza.

Il contesto della frase

Nell’analisi proposta da Village Online, Concita Borrelli stava probabilmente tentando, forse in maniera imprecisa o mal formulata, di affrontare un tema antico quanto la psicologia: la presenza, nell’essere umano, anche di pulsioni oscure, aggressive e irrazionali.

Non nel senso che ogni persona sia uno stupratore o desideri commettere violenza, ma nel senso che la natura umana contiene aspetti disturbanti, primitivi e conflittuali che la società prova a governare attraverso educazione, cultura ed empatia. L’articolo richiama infatti riflessioni che attraversano psicologia, filosofia e letteratura: Freud parlava di impulsi inconsci e aggressivi, Carl Gustav Jung descriveva “l’ombra” come la parte repressa e scomoda di noi, mentre Hobbes sosteneva che la civiltà esistesse proprio per arginare la componente violenta dell’uomo.

Francesca Caon ph Press

Francesca Caon ph Press

La complessità ridotta a slogan

Il punto centrale, secondo Village Online, è che nel linguaggio mediatico contemporaneo riflessioni di questo tipo, se condensate in una formula estrema, rischiano di collassare immediatamente. Dire “lo stupro fa parte di ognuno di noi”, letta nel modo più letterale possibile, suona intollerabile, ma il significato implicito poteva essere un altro: riconoscere che la violenza non appartiene a un mostro alieno del tutto separato da noi, bensì a una possibilità oscura che l’essere umano deve continuamente imparare a controllare.

Da qui emerge un tema molto delicato: la società contemporanea tollera sempre meno le riflessioni sull’ambivalenza umana. C’è il bisogno di dividere nettamente buoni e cattivi, civili e mostri, come se il male fosse sempre qualcosa di completamente esterno, mentre molta psicologia sociale suggerisce l’opposto: in determinate condizioni ambientali, culturali o collettive, anche persone apparentemente normali possono sviluppare comportamenti violenti o disumanizzanti.

Come nasce la gogna digitale

L’articolo di Village Online richiama anche gli esperimenti di Stanley Milgram sull’obbedienza e quello di Philip Zimbardo a Stanford, per mostrare quanto il contesto possa alterare il comportamento umano. Questo, naturalmente, non significa minimizzare la violenza sessuale, ma affrontarla in modo meno rassicurante e più profondo.

Nel sistema dell’attenzione in cui vive oggi l’informazione, i passaggi più forti, ambigui o disturbanti diventano quelli più rilanciati. Una frase smette così di essere parte di un ragionamento complesso e comincia a circolare come frammento autonomo, tra clip, titoli, reel e tweet, finché il contesto scompare e resta soltanto l’impatto emotivo.

È in questo quadro che molte discussioni pubbliche si trasformano rapidamente in gogne mediatiche: la velocità della reazione supera quella della comprensione ed entrano in gioco, come osserva l’articolo, anche le “eucaristiche del giudizio attraverso i bias cognitivi”. Il primo è il negativity bias, che rende il cervello più sensibile agli stimoli scandalosi e disturbanti; poi c’è il bias di conferma, per cui le parole vengono lette nel modo che conferma ciò che si pensa già; infine il bias di semplificazione morale, che spinge a preferire categorie nette e rassicuranti come buoni e cattivi, vittime e mostri, giusto o sbagliato.

Ed è forse proprio qui, conclude il ragionamento ripreso da Village Online, che si trova il vero nodo delle gogne mediatiche contemporanee: la crescente difficoltà di accettare che alcune riflessioni possano essere complesse, imperfette e persino disturbanti senza trasformarsi automaticamente in apologie o giustificazioni.

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