Giorgia Meloni ha deciso: Gianmarco Mazzi è il nuovo ministro del Turismo al posto della dimissionata e plurindagata Daniela Santanchè. Una nomina che arriva dopo giorni di tentennamenti e di ipotesi, e che pone subito una domanda: perché Gianmarco Mazzi? Quali competenze ha nel settore del turismo?
Dalla musica alla politica
Veronese, classe 1960, Mazzi nasce e cresce nel mondo dello spettacolo. Produttore e autore televisivo, agente storico di Massimo Giletti, assiduo frequentatore della Nazionale Cantanti, di Celentano e Claudia Mori, ha costruito negli anni una rete di relazioni che lo ha portato ai vertici dell’intrattenimento italiano. Sei edizioni del Festival di Sanremo, per anni direttore artistico dell’Arena di Verona, rapporti consolidati con manager e artisti, organizzatore di grandi eventi e produttore, è stato per anni nel dietro le quinte dello show business. Un percorso coerente, certo, ma privo di competenze specifiche nel settore del turismo.
La linea sottile tra pubblico e privato
Il punto non è solo cosa ha fatto, ma come lo ha fatto. Dopo l’ingresso in politica con Fratelli d’Italia, da sottosegretario alla Cultura con delega alla musica, Mazzi è stato descritto come un “sottosegretario assolo”, capace di muoversi nel settore come se fosse ancora un impresario. Ha continuato a orbitare attorno agli stessi circuiti, agli stessi artisti, agli stessi manager con cui aveva costruito la sua carriera. Una sovrapposizione tra ruolo pubblico e interessi privati che ha sollevato parecchie perplessità. A Verona, poi, secondo Il Foglio questa ambiguità si sarebbe tradotta in potere concreto.
Le ambiguità da sottosegretario
All’Arena avrebbe costruito negli anni un controllo sostanziale, prima come direttore artistico, poi come amministratore unico della società operativa, ruolo che avrebbe lasciato a un suo uomo di fiducia quando Mazzi è diventato sottosegretario alla Cultura. Una gestione che, sempre secondo Il Foglio, gli avrebbe consentito di decidere artisti, produzioni e calendari, spesso all’interno di una rete di rapporti consolidati.
Una condotta che, chiariamo, non è mai sfociata nell’illegalità, ma che di certo alimenta il sospetto di un sistema chiuso, dove pubblico e privato si intrecciano senza soluzione di continuità. Tanto che già nel 2023 alcuni deputati chiesero a Sangiuliano il ritiro delle sue deleghe per ragioni di conflitto d’interesse.
Un ministro “fuori ruolo”
La sua nomina al Turismo ha tutti i crismi della scelta dettata da motivi di fedeltà e relazioni più che per merito e competenza. La sensazione è che, in un paese ricco di paesaggi mozzafiato, con il maggior numero di siti iscritti nella Lista del patrimonio mondiale UNESCO, e che ciononostante riesce ad arrancare anche in questo settore, per il governo il Turismo resti non una leva strategica, ma una camera di compensazione per gli equilibri interni della maggioranza.
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