Giusi Bartolozzi, ex capa di gabinetto del Guardasigilli Carlo Nordio, torna a Palazzo Chigi. Questa volta nel ruolo di consigliera giuridica per il ministro degli Affari europei e del Pnrr Tommaso Foti. Il sofferto addio post-referendum, che ha seguito una purga della maggior parte degli esponenti dell’esecutivo coinvolti in casi giudiziari, si è tradotto semplicemente in un cambio di veste. Lo ha anticipato il quotidiano Il Dubbio, che già ieri 17 giugno parlava di una richiesta di collocamento fuori ruolo arrivata sulle scrivanie del Consiglio superiore della magistratura.
Il nuovo incarico sarà «a tempo pieno e a titolo gratuito», dunque la sua retribuzione rimarrà quella da magistrato, «con particolare riguardo alla cura della fase ascendente dei principali dossier in esame presso le istituzioni europee». In un primo momento, Bartolozzi sperava di farsi trasferire a Londra, dove avrebbe ricoperto il ruolo di magistrato di collegamento e responsabile della cooperazione giudiziaria tra Italia e Regno Unito. È stato però il ministro degli Esteri Antonio Tajani a opporsi. Bartolozzi a quel punto, rimasta in attesa, è rientrata in magistratura a seguito di una delibera del Csm datata 22 aprile.
La reintegrazione
Nonostante la delibera del Csm, Bartolozzi non è tornata a ricoprire il ruolo di «giudice distrettuale» presso la Corte di Appello di Roma. Ossia l’incarico che svolgeva prima di essere nominata capa di gabinetto di Nordio. Poiché questo avrebbe comportato che, per due anni, non sarebbe stato possibile un ulteriore ricollocamento fuori ruolo. Per tre mesi quindi Bartolozzi è rimasta in un limbo, in attesa della decisione del Governo. Fino a quando Foti non ha richiesto le sue prestazioni al ministero per gli Affari europei. A quel punto il dicastero della Giustizia ha dato il via libera alla nomina.
Il caso Almasri
Le dinamiche intorno alla figura di Giusi Bartolozzi sono più delicate rispetto a quelle dei colleghi vittime del repulisti post-referendum. L’ex ministra della Cultura Daniela Santanché e l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro delle Vedove, infatti, sono tornati a essere “semplici” deputati. Ma per il Governo, Bartolozzi rimaneva un tallone d’Achille. Per il caso Almasri. Era necessario, quindi, blindarla in qualche modo.
Bartolozzi è stata rinviata a giudizio dalla Procura di Roma per aver esposto una versione della scarcerazione del torturatore libico definita dai pm «inattendibile e mendace». A oggi è l’unica accusata dell’irregolarità sollevata dalla Corte penale internazionale, in quanto la Camera non ha approvato invece il processo ai ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e alla premier Giorgia Meloni.
«Ho solo eseguito disposizioni, Nordio era informato di tutto», ha affermato in un’intervista al Corriere della Sera. Rimane il fatto però che se il processo dovesse vedere esecuzione, la testimonianza di Bartolozzi in tribunale potrebbe inficiare sulla credibilità dell’esecutivo. E, a poco più di un anno dalle elezioni politiche, è una scivolata che Giorgia Meloni non può permettersi.
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