Copenaghen non si fida più dell’alleato americano, anzi l’ha trattato come un nemico pronto all’attacco. Questo emerge dopo l’esercitazione “Arctic Endurance”, lanciata a gennaio, un piano d’emergenza per respingere una potenziale invasione degli Stati Uniti.
Il piano di sabotaggio a Nuuk
Secondo le rivelazioni dell’emittente pubblica danese DR, il governo della premier Mette Frederiksen è rimasto talmente scosso dalle minacce di Donald Trump di annettere la Groenlandia «con la forza» che ha dovuto cercare una risposta militare immediata. Quando i soldati danesi sono atterrati a Nuuk e Kangerlussuaq, non portavano solo razioni di cibo ma avevano con sé cariche esplosive necessarie a distruggere le piste aeroportuali in caso di sbarco americano, rendendo l’isola inaccessibile al Pentagono. Un rischio simile non succedeva dall’aprile del 1940, quando la minaccia arrivava dalla Germania nazista.
Lo “scudo umano” europeo
Per frenare le ambizioni di Trump, la Danimarca ha cercato il sostegno segreto di Parigi e Berlino subito dopo le elezioni americane del 2024. Infatti in Groenlandia è sbarcato un contingente multinazionale, tra soldati francesi, tedeschi, norvegesi e svedesi che si sono uniti alle truppe danesi. In tal modo Washington avrebbe avuto difficoltà a sferrare un attacco sapendo di poter colpire soldati di mezza Europa, innescando una crisi diplomatica senza precedenti con l’intero continente.
Il punto di svolta: il Venezuela
A far precipitare le cose è stato il 3 gennaio 2026, giorno dell’attacco statunitense al Venezuela, dimostrazione che la nuova dottrina Trump non avesse più limiti geografici o legali. Quando, ventiquattr’ore dopo, il Presidente ha ribadito che gli Stati Uniti avevano «assolutamente bisogno» della Groenlandia, la Danimarca ha capito che la sicurezza del dopoguerra era ufficialmente finita.
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