Nelle intenzioni del presidente americano Donald Trump, il pugno duro contro l’Iran avrebbe dovuto costringere il regime alla resa e disarmarne le ambizioni militari. I numeri raccontano altro. Dopo settimane di raid e tensioni, Teheran dispone ancora della gran parte del suo arsenale missilistico. Un dato che pesa e che mette in discussione l’efficacia dell’intera operazione.
Secondo valutazioni dell’intelligence statunitense riportate dal New York Times, l’Iran ha ancora accesso a circa il 70% delle scorte di missili balistici presenti prima del conflitto. Non solo. Le forze militari conservano anche il 60% dei lanciatori e il 40% dei droni. In sostanza, la struttura militare iraniana ha subito colpi, ma non è stata spezzata. Il cessate il fuoco entrato in vigore l’8 aprile aveva lasciato l’Iran con circa metà dei suoi lanciatori. Da allora la situazione è cambiata. L’esercito ha anche recuperato e rimesso in funzione oltre cento piattaforme di lancio nascoste o sepolte sotto terra. Un segnale chiaro: la macchina militare non era fragile come molti pensavano.
C’è poi un altro elemento che rafforza questa lettura. Gli iraniani stanno lavorando per recuperare i missili rimasti sotto le macerie dopo gli attacchi di Washington e Tel Aviv. Quando queste operazioni saranno concluse, l’arsenale tornerà vicino ai livelli precedenti alla guerra. Il risultato politico è evidente. La strategia della forza non ha portato al risultato promesso. L’Iran non è stato disarmato, non è stato isolato e non ha ceduto sul piano militare. Anzi, ha dimostrato una capacità di resistenza che cambia gli equilibri nella regione.
Per questo la guerra della Casa Bianca appare oggi per quello che è: un conflitto costoso, rischioso e, nei fatti, fallimentare. I missili sono ancora lì. E con loro resta intatta la minaccia che si voleva eliminare.
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