C’è un passaggio, nella lettera inviata da Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen, che racconta più di molti discorsi sulla nuova postura europea della presidente del Consiglio. Non tanto la richiesta di aiuto all’Unione europea per fronteggiare il caro energia legato alla crisi iraniana, quanto il tono scelto per farlo: una pressione politica che assomiglia a una minaccia. “In assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile per il governo spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe alle condizioni attualmente previste”, scrive la premier.
La richiesta all’Europa
La presidente del Consiglio ha chiesto alla Commissione europea di estendere la deroga al Patto di stabilità già prevista per il piano Safe anche alle misure contro l’aumento dei prezzi dell’energia causato dalla crisi nello Stretto di Hormuz. Sul tavolo ci sono i conti italiani, le accise da rifinanziare e il timore di uno shock economico pesante per famiglie e imprese.
Nel governo il clima è teso. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti avrebbe spiegato in diverse riunioni che “la cassa piange” e che le risorse disponibili sono quasi finite. Palazzo Chigi teme che il nuovo aumento del petrolio possa trasformarsi in un boomerang politico proprio mentre l’esecutivo prova a difendere il potere d’acquisto degli italiani.
La risposta fredda di Bruxelles
La replica della Commissione europea, arrivata attraverso il portavoce Olof Gill, per ora non lascia molto spazio all’ottimismo: “La nostra posizione non è cambiata. Abbiamo presentato agli stati membri una gamma di opzioni e al momento non stiamo includendo tra queste la clausola di salvaguardia nazionale, perché riteniamo che la gamma di strumenti debba restare entro un quadro di vincoli fiscalmente responsabili”.
Parole che pesano anche sul piano politico. Perché Ursula von der Leyen è stata una delle figure che più ha contribuito a legittimare Meloni dentro gli equilibri europei. La premier italiana ha spesso rivendicato il rapporto costruito con Bruxelles come prova della sua affidabilità internazionale. Adesso però si ritrova costretta a usare toni da scontro proprio contro quella stessa Commissione che le aveva aperto le porte della maggioranza europea.
Il cortocircuito politico
Il punto più delicato riguarda però la linea politica che emerge dalla lettera. Meloni, di fatto, finisce per avvicinarsi alle posizioni di Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio e leader della Lega, che da mesi critica le regole europee sulle spese militari e chiede priorità diverse per l’economia italiana.
Un cambio di rotta difficile da ignorare. La leader di Fratelli d’Italia aveva costruito la sua immagine internazionale sulla fedeltà atlantica, sul sostegno all’Ucraina e su una linea rigorosa nei confronti della Russia di Vladimir Putin. Ora però lega apertamente il sostegno ai programmi europei per la difesa alla possibilità di ottenere più deficit per calmierare il caro energia.
Il risultato è un cortocircuito politico evidente: la premier che voleva presentarsi come garante della stabilità europea torna a usare argomenti che ricordano molto quelli dei governi sovranisti contro Bruxelles.
Le difficoltà nascoste
Dietro la lettera resta soprattutto una difficoltà concreta: trovare soldi. Il governo deve decidere come affrontare i nuovi rincari senza aprire un’altra voragine nei conti pubblici. E per questo Meloni cerca alleati, a partire dalla Germania del cancelliere Friedrich Merz e dalla Francia di Emmanuel Macron, che continua a spingere per strumenti comuni europei sul modello del Recovery Fund. Ma la sensazione è che la minaccia sul Safe rischi di indebolire più Roma che Bruxelles. Perché espone la fragilità della strategia italiana: rivendicare disciplina europea quando conviene e chiedere deroghe quando il peso politico interno diventa difficile da sostenere.
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