Se i rapporti complicati tra Vaticano e Washington erano già noti da mesi, le ultime settimane sono state particolarmente rivelatrici. Dopo le ripetute condanne relative alla guerra in Medio Oriente, martedì Papa Leone XIV si è spinto oltre, invitando i cittadini Usa a contattare i membri del Congresso per manifestare la propria avversione per il conflitto e per gli inquietanti ultimatum di Trump alla civiltà iraniana. Nel frattempo è emerso un altro retroscena che testimonia una relazione sempre a un passo dal punto di rottura.
L’udienza di gennaio
Il 9 gennaio scorso, pochi giorni dopo l’attacco statunitense in Venezuela e il rapimento di Nicolás Maduro, Leone XIV incontra gli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede e condanna senza ambiguità la “diplomazia della forza” che ha sostituito gli sforzi volti al dialogo e quel “fervore bellico” che il pontefice ritiene ormai dilagante. Le sue parole non sono un fulmine a ciel sereno: in quelle stesse settimane, Prevost aveva criticato aspramente il nuovo documento della Strategia di sicurezza nazionale degli Usa, e tre cardinali statunitensi a lui vicini avevano bollato come “immorale” la politica estera americana.
La convocazione del nunzio apostolico
Pochi giorni dopo, il sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby convoca al Pentagono il nunzio apostolico Christophe Pierre. Secondo le ricostruzioni di Mattia Ferraresi su The Free Press e del sito web americano Letters from Leo, l’incontro sarebbe stato teso, e i funzionari americani avrebbero ribadito che gli Stati Uniti avrebbero usato ogni mezzo per difendere i propri interessi ovunque nel globo. In quel contesto sarebbe stata evocata anche la “cattività avignonese”, un’allusione storica interpretata come un non troppo velato invito alla subordinazione della Chiesa al potere politico.
L’invito rifiutato
Le versioni ufficiali ridimensionano lo scontro. Il Pentagono ha parlato di un incontro “rispettoso e professionale”, mentre lo stesso Pierre lo ha definito “franco ma cordiale”. Eppure, di lì a poco il Vaticano rifiuta l’invito da parte dell’amministrazione americana a recarsi a Washington in occasione del 250° anniversario dell’Indipendenza. Il Papa sceglie invece di calendarizzare per quello stesso giorno un viaggio a Lampedusa. Una decisione dal forte valore simbolico: l’isola delle migrazioni, al centro di una crisi su cui Trump e i suoi falchi hanno adottato una linea durissima, condannata sia da Prevost che da Papa Francesco.
Niente tregua pasquale
La Pasqua non ha certo portato la pace, né nello scacchiere mediorientale né tra Washington e Vaticano. Dalla Domenica delle Palme, quando ha denunciato l’uso del nome di Dio per giustificare la guerra, al Giovedì Santo, in cui ha parlato di “occupazione imperialistica del mondo”, fino alla condanna dell’ultimatum all’Iran definito “inaccettabile”, pur senza mai nominare Donald Trump il Papa ha alzato il tiro contro la sua amministrazione.
E forse non è un caso neppure l’incontro di giovedì tra il pontefice e il nuovo nunzio apostolico negli Stati Uniti, monsignor Gabriele Caccia, e l’udienza privata concessa quello stesso giorno a David Axelrod, stratega delle campagne di Obama. Come il viaggio a Lampedusa, certe scelte sono prima di tutto un segnale: San Pietro e Avignone non potrebbero essere più distanti.
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