L’Iran non chiude alla diplomazia, ma detta le proprie condizioni. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha chiarito che Teheran “non ha mai rifiutato” di recarsi a Islamabad per i colloqui di pace, respingendo la notizia riportata ieri dal Wall Street Journal. “Ci interessano le condizioni per una fine definitiva e duratura della guerra illegale che ci è stata imposta”, ha scritto su X, ringraziando il Pakistan per il tentativo di mediazione.
Le condizioni
Il punto è lo stesso delle scorse settimane: in seguito alla cosiddetta “Guerra dei Dodici Giorni” dello scorso anno e al nuovo conflitto scoppiato il 28 febbraio, l’Iran pretende un accordo che preveda garanzie che non ci saranno ulteriori attacchi in futuro. Un accordo che gli Stati Uniti al momento non potrebbero firmare: al di là delle dichiarazioni trionfanti di Trump, non avendo ottenuto né il regime change né l’annichilimento del programma nucleare e del programma missilistico iraniano, un accordo di questo tipo sarebbe per gli USA l’ammissione di una sconfitta, quanto meno sul piano strategico.
Un’escalation selettiva
Nel frattempo, su scala regionale la linea iraniana si muove su un doppio binario. Da un lato, il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ribadisce l’apertura a intese bilaterali tra i paesi dell’area senza interferenze di Stati Uniti e Israele. Dall’altro, sul terreno fa registrare un’escalation selettiva. La marina iraniana ha annunciato di aver colpito un data center di Oracle a Dubai, mentre le Guardie della Rivoluzione rivendicano un attacco contro una struttura di Amazon in Bahrein. Le autorità emiratine hanno smentito danni significativi, ma il segnale è chiaro: non solo le infrastrutture militari, ma anche quelle strategiche, tecnologiche, e un domani quelle energetiche legate ai partner occidentali sono obiettivi legittimi.
Lo Stretto di Hormuz
Una strategia simile viene applicata allo Stretto di Hormuz. Teheran ha autorizzato il passaggio di navi con beni essenziali e aiuti umanitari, mentre poche ore dopo ha colpito con droni una nave legata a Israele, la portacontainer Msc Ishyka, provocando un incendio. Il resto del traffico dovrà sottostare all’imposizione di pedaggi. Azioni che confermano una logica selettiva, improntata al rigido controllo delle rotte e dei destinatari. Un controllo che, i Pasdaran lo hanno ribadito oggi, Teheran sarebbe in grado di far durare ancora molti anni.
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