“Non possono avere armi nucleari e non siamo entusiasti del modo in cui stanno negoziando, vedremo come va a finire”. Non lasciano molto spazio all’immaginazione le parole di Donald Trump, intercettato dai giornalisti nei giardini della Casa Bianca. E mentre Washington e Teheran cercano un accordo sul nucleare e sui missili a lunga gittata con la mediazione dell’Oman, diplomatici e stranieri stanno abbandonando numerosi l’Iran.

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Due portaerei americane si trovano al momento nelle coste israeliane e nel Mar Arabico, mentre una flotta di navi della marina è pronta a intervenire qualora Trump decida di passare dal dialogo alla forza militare. Anche a Tel Aviv si teme un’escalation e il rischio di un “conflitto prolungato”, tanto che lunedì 2 marzo il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha in programma l’ennesima visita presso la capitale israeliana.
Dall’Italia la Farnesina raccomanda ai cittadini italiani la massima allerta, invitandoli a rientrare nel Paese prima possibile.
L’intelligence americana smentisce Donald Trump
Fonti del New York Times spiegano che, secondo l’intelligence americana, l’Iran sarebbe ben lontano da possedere missili in grado di colpire gli Stati Uniti. Posizione divergente da quella del tycoon, che invece ribadisce da settimane la potenziale pericolosità dell’arsenale a disposizione degli ayatollah e che utilizza proprio la minaccia di un attacco come giustificazione delle pressioni su Ali Khamenei.
Anche sulle condizioni delle infrastrutture nucleari iraniane, in particolare i siti di Fordow, Natanz e Isfahan – colpiti con le bombe “bunker buster” del Pentagono durante la guerra dei 12 giorni dello scorso giugno –, ci sono versioni contrastanti. Donald Trump è sicuro di averli neutralizzati e che non costituiscano più un pericolo per l’Occidente. Mentre l’Agenzia atomica ha confermato la presenza di grandi quantità di uranio in quegli stessi siti, molto vicina al limite militare.
A cura di Maria Vittoria Ciocci
